Da visitare

Castro, la perla del Salento

Soffian più forte gl’invocati venti e, già vicino, il porto s’apre e appare sull’alto colle il tempio di Minerva. Calano i miei le vele e al lido volgono ove s’incurva in arco il flutto euroo il porto biancheggiante ai salsi spruzzi dell’opposta scogliera onde si cela. Dall’altra parte due turriti scogli allungano le braccia in doppio muro: lungi s’arretra dalla spiaggia il tempio. (Eneide – libro III, Virgilio)

La Storia

Il primo insediamento riconoscibile risale al IV se. a.C. e venne realizzato dai Messapi.

Castro, trovandosi in una posizione strategica, aveva una grande importanza sia dal punto di vista militare che commerciale. A Castro venne costruita una grande muraglia, in parte ancora visibile, e un tempio dedicato ad Atena. Castro è l’antica “Castrum Minervae” citata da Virgilio nel terzo libro dell’Eneide. Qui, il grande poeta latino, fece approdare Enea,  mitico eroe troiano.

I re Normanni la munirono di solida difesa considerando Castro come un punto strategico per poter controllare i possibili assalti provenienti dal mare.

I Turchi

Dopo il 1460 iniziarono gli assalti sanguinosi dei Turchi e per questo motivo il Conte Giulio Acquaviva, ricevuti aiuti e rinforzi di truppe, fortificò Castro. Quando poi giunse nel 1480 Alfonso d’Aragona, i Turchi si asserragliarono ad Otranto. Non potendo, per ragioni strategiche, cercare di liberare subito Otranto, fece sistemare numerosi soldati a Castro che ne venne rafforzata considerevolmente.

Solimano II , Imperatore dei Turchi, nel 1537 mandò lungo le coste dell’Italia Ariadeno Barbarossa con il proposito di fare qualche colpo di mano nelle città rivierasche. La scelta cadde su Castro che si vide assediata dalla flotta turca. Il Luogotenente della Contea che governava per Antonino Gattinara rifiutò la resa e Castro fu attaccata e dovette arrendersi alla superiorità militare turca. Alla notizia della presa di Castro, Ferrante Loffredo, Marchese di Trevico, per evitare il pericolo di ulteriori conquiste nella Provincia e per riprendere la città, spedì un grosso esercito con a capo Giorgio de’ Monti, Marchese di Corigliano, Nicola Paladini, Signore di Lizzanello e Melendugno, e altri Baroni leccesi. Riuscirono a liberare la città e costrinsero i Turchi alla ritirata.

Ma nel 1573 una flotta turca comandata da Bassà Lustambai attaccò nuovamente Castro che, nonostante l’eroica difesa, dovette arrendersi. Il Governatore della Provincia, Cesare de Gennaro, decise di spedire un consistente esercito per riavere la città. Castro venne liberata ma i danni provocati dai Turchi furono pressoché irreparabili.

La rinascita

L’architetto senese Tiburzio Spannocchi, incaricato da Marcantonio Colonna di ispezionare “le piazze del Regno di Napoli”,  nel 1575 ristrutturò il castello, la cinta urbana e creò un bastione a sud-est che poteva controllare meglio l’area portuale.

Al 1781 risale l’Apprezzo dello Stato di Castro fatto dall’ing. Gioacchino Magliano. Indica la città  chiusa da cortine, torri e baluardi. Descrive la porta che permette l’accesso nella città. “La porta viene munita con quella di legname antichissima in due pezzi a sportello sostenuti da brache di ferro, e serrata con simile catenaccio, e chiave, ma con difficoltà per essere quel legno abbandonato, ed avrebbe bisogno di riparo. Da questa porta si entra nel corpo di guardia coperto a lammia con due archi per passaggio nell’interiore della città. La porta è guardata da sue Moschetterie e Troniere”. Il Magliano indica poi la presenza di un carcere. La collocazione spaziale di questo non risulta semplice: “nella piazza di detta città ( la piazza è posta subito dopo la Porta) sopra uno delli archi, vi è un impresa logorata, e nel secondo vano doveva esservi la predetta porta di legname, essendovi ora un pezzo solo nella parte superiore di quercio antichissimo e nella mano sinistra vi è la Carcere, che dicesi criminale, custodita da cancelli di ferro, e dopo vi è porta, che prima poteva essere per il soccorso della Città ed indi il Carcere civile”. Indica anche il Torrione detto Cavaliere consistente in tre stanze.

Il Magliano parla della presenza di un palazzo baronale costituito da 13 stanze inferiori e 7 superiori, con due cisterne. Osservando la pianta attuale del castello ci si rende conto che il Magliano sta parlando proprio di questo. Quindi nel 1781 il castello era “Palazzo Baronale” appartenente alla Regia Corte.

Nel 1785 verrà abitato dal barone Gennaro Rossi che acquistò la Contea.

Alla fine del settecento risale una descrizione in cui si indicano le dimensioni strutturali dell’impianto. La cinta muraria risulta essere lunga 454 passi, circa 690 metri. Le sue mura sono alte palmi trentacinque e larghe palmi dieci, col circondario di merli fatti secondo l’arte bellica e con spiatore. Indica poi la presenza di tre torri dalla parte orientale aventi le stesse dimensioni, alte palmi quarantacinque e larghe quindici. Il castello è guardato da quattro torri : una di forma quadrata alta palmi 84 e larga 40 (probabilmente è la torre del Cavaliere), l’altra di figura anco quadrata alta palmi 56 e larga 43 ; la terza di figura rotonda, alta palmi 54 e larga 37 e la quarta alta palmi 73 e larga 40. Dalla parte occidentale indica poi la presenza di altre due torri, una di forma pentagonale e l’altra di forma quadra con guardiola.

La Contea di Castro fu poi posseduta dalla famiglia De Rosa di Napoli per successione di Colomba Rossi.

Il Castello, le mura e le torri divennero negli anni ’20 di proprietà di Vincenzo Lazzari di Castro, che negli anni ’60 li vendette alla famiglia Catalano. Da quest’ultima, nel 1983, i ruderi dell’antico Castello con le muraglie passarono al Comune di Castro.

Il castello di Castro si inscrive possentemente nella poderosa cinta muraria dell’acropoli, sull’angolo di nord-ovest, quello più facilmente espugnabile. Le sue origini risalgono al periodo classico; i lavori di restauro, recentemente conclusi, ne individuano con chiarezza le fondamenta messapiche e lasciano aperta l’ipotesi che la struttura, come l’intero sistema difensivo, sorga lungo l’antichissimo circuito liburno-illirico o pelasgico (1.700 a.C. circa).

Opportunamente definito dai romani, il caposaldo divenne in seguito roccaforte bizantina e successivamente normanna; nel XIII secolo la fortezza era considerata di importanza nazionale, dagli Svevi e dagli Angioini. La Carta d’Italia, secondo il geografo arabo Edrisi (1254) la indica come Al Qatarah, (Castro), il Castello.

Continuamente rimaneggiato nel corso dei secoli, oltre che per la continua evoluzione dell’arte militare anche per le dolorose distruzioni apportate dai Saraceni, il Castello così come oggi si presenta, è dovuto alle ricostruzioni avviate dai Gattinara (feudatari della Contea) a partire dal 1575, due anni dopo l’estremo spaventoso attacco del Pascià Lustambai (7 agosto 1573). Occupa una superficie di circa 1.800 metri quadri; ha pianta quadrilatera, rafforzata da torri angolari, ripetutamente rinforzate per spessore murario.

Tra il 1600 e il 1800, essendo stata Castro abbandonata dai conti e dai vescovi, la fortezza andò inesorabilmente in declino. I feudatari solo occasionalmente provvedevano alla sua manutenzione; e dal 1806, anno di abolizione della feudalità, cessò ogni intervento.

Quando, dalla fine del XIX secolo, Castro si andò lentamente ripopolando, il Castello fu letteralmente “dilapidato”; le sue pietre furono utilizzate per la costruzione di nuove case, particolarmente le chianche del lastricato solare e i conci di coronatura; le parti, cioè, più preziose ed essenziali per la sopravvivenza della struttura.

Durante la seconda guerra mondiale il Castello è stato utilizzato come luogo di osservazione della marina e del canale d’Otranto; negli stessi anni è crollato il settore sud-ovest e la torre angolare adibita a residenza della famiglia del conte.

Oggi il castello è perfettamente restaurato ed accoglie la biblioteca “prof.ssa Semeraro-Nuzzo”, il museo ed un’ampia sala per convegni nelle antiche scuderie; è sede di manifestazioni ed incontri culturali; dai suoi spalti si gode un panorama mozzafiato.

A guardia di tutto si erge l’antica severa torre dei cavalieri, nucleo originario della fortificazione castriota.

Il Cristianesimo è stato introdotto a Castro nel IV sec. a.C.; la città fu eretta a sede di diocesi nel 682 da papa Leone II. Inizialmente associata a Santa Severina, in Calabria, la diocesi di Castro divenne poi suffraganea della metropolitana di Otranto e comprese le parrocchie di Poggiardo, Vaste, Ortelle, Vignacastrisi, Santa Cesarea, Cerfignano, Vitigliano, Cocumola, Nociglia, Andrano, Castiglione, Depressa, Diso, Marittima, Spongano e Miggiano; la diocesi di Castro fu soppressa nel 1818. L’edificio della Cattedrale sorge quasi al centro del borgo antico, circondato da case basse; la sua costruzione risale al tempo della dominazione normanna, quando l’Italia Meridionale era tornata al rito latino, abbandonando quello bizantino. Consacrata alla Vergine Annunziata, fu terminata nel 1171, come attesta una iscrizione sulla facciata nord. L’edificio originario era più piccolo, ad una sola navata che giungeva fino all’altare della cripta bizantina, incastonata sul lato nord; nella seconda metà del 1300 fu ampliata fino alle dimensioni attuali, soprattutto ad opera di Monsignor Donadeo. I rifacimenti e le ristrutturazioni operate nel corso dei secoli hanno in parte modificato l’aspetto originario. Un sapiente ed accurato lavoro di restauro completato nel 2010 ha riportato alla luce elementi architettonici e decorativi di gran pregio diffusi sull’intera struttura.

Lungo il lato nord della Cattedrale, circa due metri sotto il piano stradale, è incastonata la Chiesetta bizantina (VIII-IX sec.), gemella della chiesa di San Pietro in Otranto.

La Cattedrale ha conosciuto periodi di gloria e di pianto, come Castro, naturalmente; le ultime incursioni Saracene (1537 e 1573) la devastarono rovinosamente; il vescovo Luca Antonio Resta la riconsacrò, dopo averla fatta risorgere, alla Vergine Annunziata la terza domenica di ottobre del 1576. L’altare, in raffinato stile barocco, si eleva significativamente rispetto alla navata ed è posizionato sulle fondamenta di un antico tempio greco dedicato alla dea Atena.

La struttura originale della Cattedrale è in stile romanico. Sull’angolo di nord-ovest si erge il campanile, originariamente situato sul lato est; il suo crollo suggerì al canonico castriota Oronzo Ciriolo di erigerlo nella posizione attuale nel 1866.

Sul lato sud si appoggia l’antico Episcopio compiutamente restaurato, contenitore ideale per attività religiose, tradizionali e culturali.

I due ingressi, porta piccola e porta grande, sono sovrastati da imponenti rosoni. All’interno la Cattedrale conserva splendide tele, lungo la navata e sull’altare, opera di prestigiosi artisti del Regno di Napoli, alcune di chiara ispirazione michelangiolesca (per i contatti familiari di alcuni feudatari di Castro).

I dipinti, le tele e gli affreschi sono stati pregevolmente restaurati, tra il 1984 e il 1989 dal compianto prof. Carlo Guido, cittadino onorario di Castro, e dalla scuola di restauro di Arezzo.

A Castro Marina si erge il Santuario consacrato alla Beata Vergine del Rosario di Pompei; la sua costruzione risale al 1893, ad opera dell’arciprete Gabriele Ciullo, canonico di Castro.

L’11 dicembre 1895 venne elevato a Santuario dal Santo Padre e con decreto del 10 marzo 1896, venne istituita canonicamente la confraternita del SS. Rosario di Maria. La facciata del Santuario, progettata dal barone Filippo Bacile di Castiglione, è in stile gotico, sobrio e raffinato. Particolare attenzione merita il mosaico del pavimento, opera dei fratelli Peluso di Tricase, realizzato nel 1895. La piccola chiesa è frequentatissima durante il periodo estivo ed è meta di numerosi pellegrinaggi. Soprattutto i pescatori e le loro famiglie sono devotissimi alla Vergine, per un salvamento miracoloso in mare di cui racconta la tradizione. Non è di ampia dimensione; e già nel 1898 il fondatore intuiva la necessità di ingrandirla per accogliere tutti i fedeli; per procedere all’ampliamento, però, bisognerà attendere il 1956-‘58, quando si rese possibile l’allungamento dell’unica navata con la creazione di un piccolo transetto,del presbiterio con attigua sagrestia, e l’erezione di un piccolo campanile. Sull’unico altare del Santuario, in una nicchia sopraelevata sorretta da quattro colonne di marmo con eleganti capitelli, è ospitata la elegantissima statua della Beata Vergine del Rosario, di pregevole fattura, opera del maestro scultore cartapestaio leccese Achille De Lucreziis, eseguita nel 1897. Il complesso raffigura la beata Vergine assisa in trono nell’atto di porgere il Santo Rosario a Santa Caterina da Siena, mentre il Bambino che ha in braccio ne porge uno a San Domenico. La statua venne condotta in spalla a piedi in processione da Lecce a Castro il 23 luglio 1897 e sostituì l’originale quadro che il reverendo don Gabriele Ciullo aveva fatto giungere da Pompei due anni prima. Il basamento ligneo della statua è dipinto ad olio e raffigura alcune vedute della marina di Castro, a significare la protezione e la benedizione di cui gode da parte della Santa Madre. In onore della Madonna del Rosario si svolge ogni anno, il 12 agosto, la suggestiva processione a mare.

L’8 maggio e il 7 di ottobre, sempre in onore della Madonna del Rosario, si celebra nel Santuario una devotissima supplica.

Nella primavera del 2011, per iniziativa del parroco don Piero Frisullo e per volontà  della comunità di fede di Castro Marina e dei numerosissimi pellegrini, è stato approvato il progetto per un contenuto ma significativo ampliamento strutturale del Santuario, che non ne modifica l’originale assetto architettonico ma rende più funzionali e coordinati gli spazi. Per scelta del parroco, tutti i lavori saranno in coerenza stilistica con l’impianto originale. Si realizzeranno con fondi propri della Parrocchia e con le irrinunciabili donazioni volontarie dei fedeli.

Il progetto di don Gabriele Ciullo prevedeva anche l’edificazione di una casa di accoglienza delle orfane abbandonate; l’Istituto fu realizzato nel 1901 e affidato alle Suore Salesiane dei Sacri Cuori che hanno garantito la continuità dell’opera caritativa per tantissimi decenni.

Fin dal suo sorgere l’Istituto si è retto grazie alle offerte dei benefattori; le notti di pesca abbondante i marinari di Castro inviavano alle suore una cassetta di pesce perché avessero di che mangiare, insieme alle ragazze ed alle bambine. Anche così è stato il tempo degli uomini e delle donne di questi luoghi e qualcuno se ne ricorda ancora. Nel 1935 l’Istituto è stato ampliato per essere in grado di accogliere il sempre crescente numero di ragazze orfane o provenienti da famiglie costrette ad emigrare per sopravvivere. Le Suore Salesiane si sono sempre prese cura del Santuario ed hanno poi esteso la loro opera attivando una sezione di scuola dell’Infanzia, nella quale sono cresciute intere generazioni di bambini di Castro Marina; le famiglie ricordano sempre con affettuosa gratitudine il loro impegno.

Da qualche anno l’antico orfanotrofio è in restauro, reso necessario dal passare del tempo e dalle emergenti necessità abitative; confida ancora nella generosità di fedeli e benefattori.

Grotta Zinzulusa spalanca la bocca al fondo di un’ampia nicchia costiera tra rocce altissime a strapiombo attraversate da striature rosse di ossido di ferro intercalate a cascatelle candide di ossido di calcio. Il nome le deriva dalle piccole numerose stalattiti pendenti come denti dalla volta dell’ingresso, simili a brandelli di stoffa lacera, “zinzuli” nel dialetto locale.

Da sempre nota ai pescatori castrioti, fu scoperta ufficialmente nel 1793 da Monsignor Francesco Antonio Del Duca, ultimo vescovo di Castro; egli ritenne che si trattasse di opera eretta dall’uomo per culto della divinità e la definì, nel diffondere la notizia, tempio sacro. Gli studiosi che la esplorarono nei decenni successivi, naturalmente, si resero subito conto di quel che grotta Zinzulusa è in effetti: un sublime prodotto della natura. Nel 1821 la visitò G.B. Brocchi; tra il 1870 e il 1874 la studiò U. Botti, il quale, alla luce fioca di lampade ad olio, riusci a giungere fino al “duomo”; nel 1904 fu la volta di Paolo Emilio Stasi e nel 1954 toccò a A.C. Blanc e L. Cardini; nella seconda metà del XX secolo studi accurati sono stati condotti a più riprese dal geologo castriota prof. Antonuccio Lazzari e dal prof. Decio De Lorentiis.

La Zinzulusa è stata aperta al pubblico il 13 agosto 1957.

In tempi antichissimi la grotta è stata luogo votivo e di culto; vi sono state rinvenute ceramiche neolitiche dipinte a fasce semplici marginate e monocrome dell’eneolitico e del bronzo; anche piccoli utensili ed asce per le cerimonie religiose.

Per la rilevanza biologica e naturalistica, grotta Zinzulusa è annoverata dal mondo scientifico tra le dieci località di grotta più importanti al mondo. Tale riconoscimento la rende meta di qualificate spedizioni scientifiche.

La gran parte dei visitatori, comunque, si avventura nelle viscere della terra, quasi come in una discesa agli inferi, per ammirare le formazioni calcaree, le stalattiti e le stalagmiti che la decorano con affascinanti merlettature: le sentinelle, il baldacchino, le cascate, l’aquila, il prosciutto, il pulpito, il leggio, il presepe, la spada di Damocle, fino alla cripta, al trabocchetto, al duomo ancora popolato da una numerosa colonia di pipistrelli.

Nel Cocito, laghetto sotterraneo, sono presenti piccoli crostacei rari; la Typhlocaris salentina e la Spelaeomysis Bottazzii, privi di organi visivi.

Il servizio di visita alle grotte, dalla mattina al tramonto, secondo le stagioni, è efficacemente assicurato dal comune di Castro.

La committenza di una Madonna di Lourdes, apparsa per la prima volta nell’omonima cittadina francese 42 anni prima, spinge uno stimato pittore salentino a ridiscendere le scogliere di Castro con una modella per cercare una grotta in grado di contestualizzare in Terra d’Otranto il prodigioso evento. La sua passione per le scienze naturali e i fossili che da sempre raccoglie e cerca di interpretare, con l’ausilio di alte rappresentanze del mondo accademico, lo inducono all’identificazione nel terreno di un molare atipico, di un ippopotamo, che lo porterà a setacciare l’area circostante fino ad effettuare una scoperta importante. Siamo nel 1900, Paolo Emilio Stasi scopre Grotta Romanelli.

L’aneddoto ha quasi una connotazione fiabesca che trova un riscontro reale nel seme del dubbio e nel piacere della conoscenza indotta nelle prime segnalazioni sulla raccolta di alcune brecce ossifere identificate in zona da Ulderico Botti nel 1874.

Un pittore che porta nel suo bagaglio culturale studi di farmacia, scienze naturali, antropologia, sufficienti ad alimentare la fiamma dell’osservazione dell’imponente stratificazione di terre all’interno di  Grotta Romanelli, nella quale riesce ad identificare almeno 3 macro-livelli classificandoli per colorazione e, tra questi, alcuni strumenti realizzati in pietra come mai erano stati osservati prima in Italia. Con un pizzico di consapevolezza ed una punta di orgoglio e tenacia, che lo porteranno a scontrarsi con le massime personalità del mondo scientifico dell’epoca (tra i principali antagonisti ricordiamo Luigi Pigorini), Stasi scopre il Paleolitico italiano.

Vengono promossi così una serie di scavi e studi (che contribuiranno alla dispersione dei reperti di Grotta Romanelli nei musei di tutta Italia) che vedranno alternarsi sulla scena di questo importante sito archeologico diverse figure di spicco. Nel 1904 Paolo Emilio Stasi passa il testimone nelle mani di Gian Alberto Blanc, che condurrà importanti ricerche dal 1914 al 1958, ponendo l’accento sullo studio della grotta a livello europeo. Conia l’aggettivo Romanelliano per indicare lo specifico arco temporale in cui collocare la frequentazione dell’antro da parte del genere Homo, rinvenuto poi nel Salento anche in altri contesti come nella grotta delle Veneri, nelle Cipolliane, in grotta del Cavallo e di Sant’Ermete. Nel 1972 Luigi Cardini conclude il suo ciclo di scavi iniziato nel 1961. Saranno gli ultimi, fino al 2015 anno in cui il Dip. Scienze della Terra, Laboratorio PaleoFactory di Sapienza, Università di Roma riprende le ricerche con un team multidisciplinare guidato da Raffaele Sardella, Massimo Massussi e Sonia Tucci per il settore tecnologico. In tutti questi anni l’andirivieni delle mareggiate ha parzialmente danneggiato il substrato archeologico, mentre l’alternarsi dei venti ha inquinato lo scavo con oltre un metro e mezzo di terra.

Un patrimonio paleontologico e archeologico che oggi riconosciamo essere di enorme valenza per la comprensione delle dinamiche delle popolazioni umane nel paleolitico italiano ed europeo. Diverse decine di migliaia di anni in pochi metri di stratificazioni in una cavità scavata durante il pleistocene, per 26 metri nei calcari ippuritici, modellata dall’ultimo periodo interglaciale, ad appena 7 metri e mezzo sul livello del mare. Qui è possibile leggere le variazioni climatiche, l’evoluzione della tecnologia litica utilizzata dall’uomo, e la fauna che qui viveva, apparentemente insolita per le nostre latitudini.

Ippopotami, rinoceronti, elefanti, “giacciono” nel livello più antico, sigillato da un velo stalagmitico e probabilmente risalente all’ultimo periodo interglaciale. Resti di lupo, che rivela un particolare adattamento in termini di dimensioni, rispetto ad altri esemplari dislocati in altre aree geografiche, e  strumenti di una certa arcaicità sono stati ritrovati nelle cosiddette terre rosse (relative a periodi più caldi) sigillate anch’esse da un velo stalagmitico, datate tra i 69.000 ai 40.000 anni circa.  Uro idruntino, cervo, lepre, volpe, avifauna steppica e boreale, tipici di climi freddi, “popolano” le terre brune, più recenti, che una stima con il C14 (la prima in Italia) aveva già datato tra i 9.000 e i 12.000 anni circa.

Coevi alle terre brune sono tre sepolture in connessione anatomica, numerosi oggetti di arte mobiliare, circa un centinaio di sassi con motivi geometrico-lineari, associati ad incisioni che ricoprono buona parte della volta della grotta, perlopiù fusiformi, e un bovide, unico esempio di immagine di tipo naturalistico oltre una probabile rappresentazione pettini-forme, disegnata su pietra, di quadrupede, simile per stilizzazione a quelli rinvenuti all’interno di grotta dei Cervi.

32206 reperti faunistici suddivisibili in 109 specie di cui il 61% appartenenti ad uccelli e solo il 38.4% a mammiferi. Un dato strepitoso soprattutto se si pensa che la linea di costa era a diversi km di distanza da quella attuale, lasciando scoperto uno spazio ampissimo che presuppone la presenza di laghi o paludi nelle immediate vicinanze della grotta e che potrebbe gettare nuova luce sulle modalità di movimento e di caccia degli antichi abitanti di queste contrade, come recuperavano la materia prima necessaria alla realizzazione dei propri strumenti o le modalità di scambio delle risorse con altre tribù.

Un piccolo universo di decine di migliaia di anni da ricostruire, in una manciata di metri di depositi terrosi.

La costa di Castro si snoda dalle grotte delle Striare, a nord, alla scogliera dei Fiumi, a sud.

Misura poco meno di 5 chilometri; eppure, nonostante la brevità, riveste particolare rilevanza naturalistica, paesaggistica e ambientale perché lungh’essa si aprono grotte bellissime e piccole rade incantevoli, meta di visitatori appassionati e di studiosi.

Procedendo da nord, al confine con Santa Cesarea Terme, si incontrano le Striare o grotte delle Streghe: anfratti rocciosi, colonizzati oggi dai colombi di mare, che già nel paleolitico conobbero la presenza umana. Si affacciano sull’ampia insenatura degli Scorpi, nome che sta ad indicare rocce acuminate e taglienti; lo sanno molto bene i pescatori che spesso ritirano dal mare le reti lacere per esservisi impigliate. Sulla stessa insenatura si affaccia l’ampia cavità di fiume Surdu, una caverna naturale scavata da una fluente fiumara sotterranea nel corso dei millenni.

Navigando verso il porto, superata punta le Mmurte, si giunge nella rada di Romanelli: la grotta si apre perfettamente al centro dell’insenatura in una falesia bianca e scintillante; le pareti rocciose circostanti e l’altopiano sullo sfondo, completamente privi di vegetazione, evocano un paesaggio lunare.

Su tutto domina una luce splendente, enfatizzata dal bianco candore delle rocce e dal blu terso del mare; il cielo vi si appoggia quasi con discrezione, leggero come un sogno gradito o un soffio di vento gentile.

Più a sud si situa la bassa scogliera di Pile che prelude alla baia della Zinzulusa e alla sua tenebrosa spelonca; si incontrano poi la fenditura di Giustino con la sua grotta e l’alta parete del Corvo nella quale si incastona la grotta Azzurra; essa deve il nome all’azzurro cupo delle sue acque per qualche fenomeno di rifrazione della luce e per la fittissima vegetazione marina di color violaceo che copre le sue rocce.

La grotta Azzurra è anche detta grotta degli Innamorati, è d’obbligo infatti al suo interno che ci si scambi un bacio; se si è in coppia, naturalmente. La affianca la Ritunna, la rotonda, a forma semicircolare, con sul lato sinistro la Ritunneddrha, ornate da leggere colate bianche di carbonato di calcio e rosse di ossido di ferro e di piccole stalattiti; vi nidificano le pignole, rondini marine eternamente in volo a caccia di insetti. Ogni tanto un falco rapace viene a ghermire i nidiacei e le pignole combattono ferocemente elevando acute grida. Dietro l’angolo si incunea grotta Palummara, dei colombi, che vi nidificano in colonie insieme alle ciole, neri corvi marini. Vi si accede, come nelle altre, soltanto in barca; l’acqua del mare al suo interno è di un verde smeraldo intenso. È esposta ad est e all’alba il sole vi si rifrange in un gioco fascinoso di luce e colori; la sua apertura ricorda il sipario aperto di un teatro: è un invito alla pace e alla serenità.

Si incontrano poi il Canale grande e il Canale dei piccioni, la roccia di Ciristoi e l’ansa appena accennata della Piscara che ha come cuore il fiammeggiare di Cute Russu.

Doppiata punta Mucurune (dal latino mucro-onis: punta, spada, potenza) che protegge il paese dai prevalenti venti settentrionali, si apre la splendida baia di Castro, sulla quale si affacciano le aree portuali; il porto nuovo ricavato dalle antiche Taiate, cave da cui sono stati estratti i blocchi di calcarenite per la edificazione delle ciclopiche mura messapiche, e il porto vecchio, l’antico approdo di Enea, protetto da una maestosa roccia nera, la punta del porto. Osservata dalla rotonda, la baia ha la forma di un elegante calice: il piede è il porto vecchio, il gambo il suo canale di uscita, la coppa il placido tratto di mare tra Mucurune e Punta Correnti, che la definisce a sud.

Dopo il porto di Enea la scogliera si abbassa sensibilmente e si propongono le discese a mare e le aree per la balneazione ricavate mediante la pavimentazione in pietra degli spazi accessibili.

Tutta la costa è punteggiata da rigide fiumare sotterranee che vanno a perdersi nel mare, dalle quali si può bere a sorsi. Dopo punta Correnti si svela la incastonatura dell’Argentiera, da argento, per il colore limpido e chiaro delle acque, dovuto al fondale ricoperto di ciottoli candidi.

La costa termina poco più a sud, in località Fiumi, per i freschi getti di acqua sotterranea che vi confluiscono. Questo il tratto breve ma palpitante della scogliera, affacciato su un mare da favola e immerso nella luce del Salento, tanto forte da stordire. Poco più in alto spuntano le case bianche, discretamente avvolte nel verde della vegetazione mediterranea.

Gli effluvi profumati del lentisco e del mirto, della mortella e del pino resinoso, del basilico, della salvia, del rosmarino, giungono fino al mare condotti da un vento gentile che soffia placido e fresco dall’entroterra e propone lievi increspature. In alto, oltre la cinta verde scuro degli ulivi secolari che taglia il paesaggio distinguendo nettamente la parte recente dell’abitato dalle mura possenti del borgo, dalle torri del castello e dalle guglie della Cattedrale, si erge l’Acropoli, sicura e solitaria, come nido d’ aquila dove, sembra, si possa accedere solo dal cielo, tanto si staglia ripido il promontorio. E il cielo pare ritrarsi un poco, avvolgente, per far posto alla sua forza possente.

Il pensiero va alle donne e agli uomini che qui si sono fermati, per erigerla e custodirla, alla fatica per far crescere gli ulivi, alle carezze donate alla terra perché fosse fertile ed al sudore della loro fronte perché i frutti si cogliessero abbondanti. Castro è lì, alta e chiara, come videro la rocca i primi naviganti dall’Illiria o dall’Epiro apparire per incanto dal mare placido e vasto lungo la loro rotta alla ricerca di fortuna. La videro apparire come dono prezioso e promessa rassicurante.

Così rimane ancora nell’abbraccio di luce che la contiene dall’alba al tramonto, alla notte perfino, quando s’accendono i fuochi e il cuore vorrebbe chiudersi dentro le vecchie mura per restare da solo a ricordare.

La costa di Castro si può visitare  in tre giorni o in una vita intera, per essere così breve e così affascinante. Il passante distratto e frettoloso viene, guarda e va via a divorare rapidamente nuove emozioni con lo sguardo vorace. Chi ha il cuore calmo e paziente se ne innamora e non la lascia più, come una malattia. Affitta una barca, con il marinaio o senza, un pedalò o una canoa; si introduce nelle fessure delle rocce a strapiombo, volge lo sguardo al volo impazzito delle pignole, ascolta la carezza del mare alle alghe; guarda, se ha fortuna, le alici saltare sul pelo dell’acqua incalzate dai tonnetti. O qualche volta i delfini, soprattutto a primavera, che passano da punta a punta, affascinanti e misteriosi, come il mito.

Al tramonto, i rintocchi dell’imponente campanile giungono al mare, come centinaia di anni fa, quando gli uomini si scoprivano il capo e si segnavano e le donne recitavano a voce rapida e quieta l’Angelus. L’armonia di luci e colori, suoni ed emozioni si diffonde tra mare, cielo e terra e si spande nei cuori. Il vento sembra acquietarsi e la gente si affretta quasi fosse prossima l’ora di chiudere la grande porta, Porta Terra, che custodiva in pace, di notte, la città, le case, le famiglie. I bambini manifestano quasi il bisogno di essere presi per mano e condotti a Castro, al sicuro, nella piccola piazza tra le pareti alte della Cattedrale e dei palazzi circostanti, a rincorrersi ancora un po’ mentre le madri preparano una cena frugale. Una voce malinconica, quasi pigolio d’uccello, li richiamerà nelle case, al riposo.

Tutto è in pace: il cielo con le stelle, il mare con la costa; le alte grotte a strapiombo si chiudono per proteggere i colombi e le pignole; una soffice magica mano di buio culla il respiro della natura mentre luci tremolanti nascono a punteggiare il presepe.

Rimane un navigante solitario, forse un vecchio innamorato, che si attarda al largo a cogliere gli ultimi bagliori di luce ad occidente correre rapidi verso altri luoghi, carichi del travaglio di una giornata che si chiude.

Chissà se racconteranno altrove di Castro, della sua bellezza struggente e dei suoi dolori!

Le ombre dalla scogliera e dal mare gli vengono incontro ma lui è sereno; lo aspettano a terra le luci del porto e gli affetti della sua casa. Continua a remare; ormai a Castro rema soltanto lui, ostinato e sicuro, come una volta i bambini.

Per continuare la fatica del remare, lui lo sa, bisogna essere innamorati.

LA FESTA DELL’ANNUNZIATA

La Cattedrale di Castro è consacrata da sempre alla Beata Vergine Maria SS. Annunziata e per Lei i castrioti preparano da secoli una festa straordinaria ogni anno. L’Annunciazione è fissata dal calendario liturgico al 25 marzo e per tantissimo tempo in quella ricorrenza aveva luogo la festa patronale.

La statua dell’Annunziata e dell’Arcangelo Gabriele era portata a spalla da devoti che impegnavano ingenti somme di denaro per ringraziare di una grazia ricevuta o solo richiesta; era preceduta dalle statue di Santa Dorotea, copatrona di Castro, di San Giuseppe, di Sant’Antonio e del Cuore di Gesù. La banda suonava inni religiosi e, la sera, intratteneva i castrioti con l’esecuzione delle arie più note di famose opere liriche.

Oggi la festa civile dell’Annunziata è stata spostata al 25 aprile: le luminarie sono molto estese e rumorosi i fuochi d’artificio; c’è anche molta gente; viene allestito un ricco lunapark e la serata finale vede protagonisti cantanti e personaggi di fama internazionale.

LA SAGRA DEL PESCE “A SARSA”

Il pesce “a sarsa” è un piatto tipico della tradizione castriota, legato alla festa patronale in onore di Maria SS. Annunziata. La festa, fino a meno di cinquant’anni fa, era ancorata alla ricorrenza liturgica del 25 marzo e si collocava pressoché stabilmente in periodo quaresimale. Di precetto, in quaresima, era proibito far consumo di carne e poiché in marzo il mare non garantisce tutti i giorni la possibilità di pescare, le famiglie di Castro, per assicurarsi comunque al pranzo della festa un piatto gustoso, preparavano per tempo il pesce, perché potesse essere consumato al bisogno.

Il pesce più indicato da fare “a sarsa” sono le vope. Veniva pulito della testa e delle interiora, poi fritto in olio bollente, previa infarinatura. Era fatto riposare e raffreddare per due giorni, quindi veniva sistemato a strati nelle “taieddrhe”, ampie coppe di creta, prodotte dall’artigianato figulo salentino, condito con mollica di pane grattugiata a mano, aglio, menta, sale, pepe e una spruzzatina di peperoncino in polvere; il tutto veniva bagnato con aceto nero. Ogni mattina ed ogni sera le donne castriote scolavano l’aceto e ne cospargevano ancora sul primo strato affinché la maceratura fosse graduale ed uniforme.

LA SAGRA DEL PESCE FRITTO

Quando alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso i pescatori e le loro mogli pensarono di fare un regalo ai villeggianti che erano venuti a Castro per l’estate e a settembre si apprestavano a tornare a casa, scelsero di fargli dono di un piatto di frittura, rimanendo fedeli alla loro tradizione secolare.

Avvenne così che i pescatori di Castro pescarono il pesce e lo pulirono in acqua di mare; la sera, nelle grotte dei pescatori, giù al porto, per poi preparare la frittura in ampi pentoloni di olio bollente.

Scesero i villeggianti e vennero i forestieri: come sempre Castro aveva fatto il miracolo; il profumo di frittura saliva fino al cielo e tutti erano felici.

È nata così la sagra del pesce fritto; distribuzione gratuita di frittura fragrante, con accompagno di peperoni piccanti, zuppa di cozze e fette di pane. Inizialmente si svolgeva alla fine di agosto, al momento dei saluti. Poi, per consentire la partecipazione di quanti più ospiti possibile, è stata via via anticipata fino alle giornate più affollate d’estate.

LA FESTA DELLA MADONNA DI POMPEI

La statua della Madonna del Rosario di Pompei viene condotta a spalla dai pescatori scalzi per via Santuario e piazza San Nicola fino al porto di Enea dove viene celebrata la santa messa dall’arcivescovo di Otranto. Una piccola barca da pesca fa da altare; i fedeli gremiscono l’anfiteatro naturale che degrada da via Panoramica e dalla litoranea per Grotta Zinzulusa alla Rotonda. Dopo, la processione continua sul mare con le lampare accese e le barche inghirlandate di luci, bandierine e festoni. La statua della Madonna viene posizionata su un barcone illuminato a festa e inizia il viaggio nelle acque placide della baia, fino al seno dell’Acquaviva a sud ed alla rada della Zinzulusa a nord: la Madonna benedice il mare e i suoi pescatori.

La processione a mare, in verità, nasce proprio per questo; il Bollettino del Santuario della Madonna di Pompei racconta infatti che: “…La sera del 30 dicembre 1896, essendo il mare placido, tranquillo e luccicante come un tersissimo specchio, i pescatori di Castro si portarono in alto mare per la pesca. Appena gettate le reti, il mare, improvvisamente, divenne cupo e spaventevole. Le onde si ingrossavano, si sollevavano, si accavallavano, sbattevano minacciose contro le fragili imbarcazioni dei pescatori che rischiavano di affondare. I poveretti, presi dallo sconforto e dalla paura per una morte vicina, volgendo lo sguardo verso il Santuario della Vergine di Castro Marina, pregavano ripetendo “Mamma del cielo, Madonna Santa, Madre che tutto puoi, aiutaci, salvaci”. Anche le famiglie si recavano nel Santuario a recitare il Rosario e ad implorare la grazia per i loro cari. Ai primi rintocchi della campana il mare si tranquillizzò, si placò il vento e tornò il sereno; i naviganti tornarono sani e salvi cantando inni di lode alla Regina del cielo, alla Madre Celeste. In seguito a questo miracolo, con il contributo volontario dei pescatori di Castro, venne fatta costruire la statua miracolosa della Vergine”.

Quando tutte le imbarcazioni rientrano nella baia ridossando sotto punta Mucurune ha inizio lo spettacolo sfavillante dei fuochi d’artificio: dalla scogliera e dalle acque prospicienti volano in cielo i mille colori dei fuochi pirotecnici, musicalmente articolati in una armonia di luci, suoni e colori che sembra magica. Invece è solo il millenario fascino di Castro e l’eternità sublime della fede.

L’appuntamento, tutti gli anni, è per il 12 e il 13 di agosto.

B&B Enea

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